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Capitolo Tre. La Rivoluzione scientifica.


Paragrafo 1 . Che cosa  una rivoluzione?

     
Nel  percorrere la storia della filosofia abbiamo usato in  diverse
occasioni la parola rivoluzione: riferendoci ai sofisti, a Socrate,
a Copernico. Ma il concetto di rivoluzione, cos come noi lo usiamo
oggi,  del tutto estraneo al mondo antico.
     Per  noi "rivoluzione" indica un taglio netto nel fluire delle
vicende umane, una frattura totale e profonda con lo stato di  cose
esistenti,  un  solco incolmabile tra due epoche della  storia,  un
punto  e  a  capo.  Questo  significato,  che  ci    giunto  dalla
Rivoluzione francese, dall'Illuminismo e, a partire dalla met  del
secolo  scorso, dal marxismo, presuppone in genere  la  volont  di
"rimettere  le cose a posto": non si tratta, cio, di  una  rottura
violenta fine a se stessa, ma della realizzazione di una situazione
totalmente nuova in cui tutte le cose, la natura e l'individuo,  le
classi  sociali  e gli astri del cielo, ritrovino  la  loro  giusta
collocazione.
     Da  questo  risulta evidente che per pensare la rivoluzione  
necessario  avere una visione totalizzante della  realt,  che  per
creare il massimo del disordine - quale  una azione rivoluzionaria
-   indispensabile l'idea del nuovo ordine che si vuole costruire,
o comunque della possibilit di costruirlo.
     In  questo  senso  la  rivoluzione non  separabile  da  tutto
quanto  l'ha  preceduta; se non fossero stati commessi  "errori"  e
"ingiustizie" non si potrebbe pensare alla loro eliminazione: senza
la  decapitazione di Luigi sedicesimo e di Maria Antonietta non  si
potrebbe  pensare  la Rivoluzione francese. La parola  rivoluzione,
infatti, come il verbo latino revolvere, da cui trae origine,  vuol
dire  s  "rivoltare", "rovesciare", ma anche "ritornare".  Se  gli
uomini,  nel corso della loro storia costellata di "errori",  hanno
portato la terra in cielo e il cielo in terra, la rivoluzione   la
correzione di quegli "errori";  l'azione che rimette il mondo "con
i   piedi   per  terra"(1);    la  riaffermazione  della   Verit,
indubitabile  e  preesistente all'errore; , quindi,  un  "ritorno"
alla  visione  del  Tutto, alla altheia, cio  una  riaffermazione
dell'epistme.
     
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     Si  potrebbe  allora forse concludere che anche le rivoluzioni
non  sfuggono  all'antica verit biblica, cara  a  Giordano  Bruno,
"niente di nuovo sotto il Sole"?
     In  realt esiste un altro modo di concepire una frattura  con
lo  stato di cose esistenti, che non  revolvere, "rivoltare" e far
vedere   l'altra  faccia  della  stessa  cosa  (come  il   cappotto
dell'omonimo  racconto di Gogol)(2), e nemmeno  "ritornare"  a  una
Verit  che    stata stravolta dall'errore:  questa  la  via  del
dubbio  radicale  gi  percorsa  dagli  scettici,    la  negazione
dell'epistme gi operata dai sofisti. E' la rinuncia alla  ricerca
di una Verit assoluta.
     
Creare cose nuove.
     
Abbiamo  gi  visto nel pensiero di Giordano Bruno una  concezione,
forse  apparentemente  contraddittoria,  ma  comunque  estremamente
feconda: nell'infinito universo c' una corrispondenza assoluta tra
potenza  ed  atto,  quindi non  possibile che al  suo  interno  si
realizzi  qualcosa  di nuovo; ma per gli uomini, individui  finiti,
granelli  di  sabbia rispetto all'infinito, dotati  di  mani  e  di
ragione,      possibile  creare  continuamente   cose   per   loro
assolutamente nuove. Rispetto alla Mente divina, che gi  tutto  ha
pensato  e  per la quale tutto  eternamente in atto,  non  si  pu
parlare  di  creazione; ma per la mente dell'uomo gli orizzonti  si
susseguono  uno  dietro  l'altro, tutti da  inventare  e  tutti  da
scoprire.
     Solo  se  l'uomo  finito  e l'universo infinito  (la  totalit
dell'Essere)  si  considerano  due  grandezze  incommensurabili   
possibile pensare ad un continuo progresso della conoscenza e della
scienza dell'uomo: la mente dell'uomo non potr mai conoscere tutto
l'Essere  e  quindi ci sar sempre qualcosa di nuovo  da  scoprire.
Invece per i filosofi greci dell'et classica (e pi tardi per  gli
umanisti)  la mente umana, nella sua manifestazione pi alta  -  la
filosofia -, pu cogliere il Tutto e diventare "misura di tutte  le
cose";  in questo caso non pu esserci nessuna conoscenza realmente
nuova:  ogni  sapiente  che raggiunga la Verit  trover  sempre  e
soltanto la stessa Verit conosciuta dagli altri sapienti; anche lo
schiavo  analfabeta - di cui parla Platone nel Menone -  "possiede"
gi, seppure inconsapevolmente, le pi alte verit matematiche(3).
     Anche il grande sviluppo delle scienze in et alessandrina non
era  caratterizzato  tanto dall'acquisizione  di  nuove  conoscenze
quanto  piuttosto  dalla  sistemazione di  quelle  esistenti,  come
dimostrano  la  redazione  del  Corpus  hippocraticum  per   quanto
riguarda   la   medicina  e  gli  Elementi  di   Euclide   per   la
matematica(4). La scienza degli antichi - la medicina di Ippocrate,
la  matematica  di Euclide e la fisica di Aristotele  -  attraversa
senza  problemi  l'antichit, il Medioevo e in  parte  anche  l'Et
moderna, mantenendo inalterata la propria validit e costituendo la
base indiscussa delle nuove
     
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     acquisizioni,   che  non  sono  altro  che   aggiustamenti   e
integrazioni del gi noto. I "nani moderni" riescono a  vedere  pi
lontano  degli "antichi giganti" solo perch sono ben  saldi  sulle
spalle di questi ultimi(5).
     La  novit  della Rivoluzione scientifica implica scendere  da
quelle spalle, osare pensare che si possa guardare in avanti  senza
volgersi indietro a cercare conferme nella tradizione: se le  nuove
strade  possono  essere  irte  di  incognite  e  di  pericoli,  non
dimentichiamo  - ammonisce ancora una volta Giordano  Bruno  -  che
anche la via sicura dell'antico sapere una volta  stata "nuova", e
quindi suscettibile di deviazioni ed errori.
